Prince mi ha insegnato il mondo

Dieci anni dopo la sua morte, un racconto personale su come Prince possa diventare guida musicale, sentimentale e politica, fino a restare vivo nelle nuove generazioni.

Avevo quattordici anni, ero a Londra per una vacanza studio, e allora succedeva ancora una cosa che oggi sembra quasi remota: il capogruppo ci dava un punto d’incontro, “tra due ore ci rivediamo qui”, e da lì in poi si partiva. Niente cellulari. Nessuna possibilità di essere rintracciati in tempo reale. Solo una cartina piegata male in mano, un amico, un paio d’ore di libertà e quella forma precisa di eccitazione che si prova quando una città sconosciuta comincia ad aprirsi. In uno di quei piccoli sconfinamenti adolescenziali, fra i manifesti di Batman di Tim Burton e l’energia scura di Londra, Prince ha iniziato a prendere un’altra forma davanti a me.

Il 21 aprile per me non è una ricorrenza. È una fessura nel tempo. Prince è morto il 21 aprile 2016. Sono passati dieci anni. Eppure, quando ci penso, la prima cosa che sento non è l’assenza. Sento movimento. Sento quanta parte della mia formazione, musicale e umana, è passata da lui e continua a passare da lui.

Prince lo conoscevo già, certo. Però ancora non lo capivo davvero. Per un ragazzino di quell’età c’erano artisti più immediati, più leggibili, più pronti all’uso. I Duran Duran, Madonna, Michael Jackson ti arrivavano subito. Prince invece sembrava parlare una lingua più adulta, più obliqua, più carnale e mentale insieme. Poi arrivò Batman. E lì qualcosa si aprì. L’album parte con The Future e subito dopo arriva Electric Chair. Non due canzoni: due varchi.

The Future mi prese in un modo che allora non sapevo ancora nominare. Dentro c’era una città notturna, un desiderio scuro, un’eleganza tossica, una tensione quasi meccanica che per me, allora, era nuova. E poi Electric Chair. È lì che per me cambia il livello. Se Thriller di Michael Jackson, per un adolescente, è buio spettacolare, racconto, scena, piacere immediato del brivido, Electric Chair lavora in un’altra zona. Non ti intrattiene con il lato oscuro. Ti lascia dentro una frase e la fa crescere. Quando Prince arriva a “Oh, if a man is considered guilty for what goes on in his mind then give me the electric chair
for all my future crimes
“, a quattordici anni quella cosa non ti passa addosso come un effetto speciale. Comincia a prendere peso. La mente, a quell’età, entra in una fase più complessa: il desiderio smette di essere soltanto impulso, la colpa smette di essere soltanto parola, l’immaginazione smette di essere un gioco innocuo. In Prince tutto questo non viene alleggerito né spiegato. Resta lì, vivo, ambiguo, e ti obbliga a fare un passo avanti.

Da quel momento ogni sua canzone è diventata una porta.

Prince non mi ha dato soltanto dei brani. Mi ha dato traiettorie. Mi ha insegnato che la musica non è una fila di titoli, ma una costellazione di rimandi. Lo seguivi e finivi in un altro mondo. Poi in un altro ancora. Seguivi lui e arrivavi al funk, a George Clinton, a Parliament-Funkadelic. Seguivi lui e ti si apriva il jazz, la scrittura, i fiati, il senso di una band come organismo vivo, l’idea che arrangiare fosse già comporre e che comporre fosse già dirigere energie nello spazio. Seguivi lui e capivi che la musica nera americana non era una somma di generi separati ma un continuum fertile, elettrico, aristocratico e sporco insieme. Dentro quel percorso, perfino un nome come Duke Ellington cominciava a smettere di sembrare lontano o scolastico e rientrava nel quadro come parte di una stessa grande idea di eleganza, invenzione, orchestra, presenza.

Graffiti Bridge per me resta un nodo decisivo anche per questo. Dentro c’è We Can Funk, accreditata con George Clinton, e attorno a quel brano compare anche Amp Fiddler, presente nei crediti dell’album. Per me Amp Fiddler non è una nota da collezionisti. È un primo grado di separazione. È uno che è passato dal Serendipity. E lì il discorso smette definitivamente di essere astratto: capisci che le musiche che ami si toccano davvero, che le genealogie non sono teorie da critico ma linee vive, esperienze, attraversamenti reali.

A quel punto Prince aveva già fatto un’altra cosa enorme: mi aveva insegnato che il sesso poteva essere linguaggio alto, comunicazione, spiritualità. Non provocazione da superficie. Non peccato amministrato male. Non machismo. In lui eros e trascendenza abitavano la stessa stanza. Per un adolescente è una rivelazione formativa. Ti cambia il modo di guardare il corpo, la vergogna, la tenerezza, l’intimità. Ti fa capire che il desiderio può essere una forma di conoscenza, non soltanto una pulsione da consumare o reprimere.

Poi c’è un piano ancora più profondo, che riguarda la crescita. Oltre ai miei genitori, Prince è stato una presenza che mi ha aiutato a non avvicinarmi alla droga. Non parlo di moralismo. Parlo di assetto interiore. In lui sentivo che la vera intensità non stava nello stordimento ma nella visione, nel rigore, nell’ossessione per il lavoro, nella precisione. Mi trasmetteva l’idea che si potesse andare all’estremo restando lucidi. Che si potesse bruciare di energia senza consegnarsi per forza a una scorciatoia autodistruttiva. Questa cosa, quando cresci, conta.

E conta anche un altro equivoco che con Prince riemerge sempre: la storia del “più grande chitarrista del mondo”, oppure del “chitarrista sottovalutato”. A me questa formula ha sempre detto poco. Anzi, restringe tutto. Riduce Prince a una classifica, mentre lui scappava proprio da quel meccanismo. La chitarra era uno dei suoi corpi, non il suo recinto. Prince era performer, compositore, arrangiatore, produttore, bandleader, direttore d’orchestra, architetto del suono e dell’energia. La tecnica, in lui, era già stata assorbita e superata. Restava l’essenziale: la nota giusta nel punto giusto, il silenzio giusto nel punto giusto, la capacità di incendiare e poi togliere, di alzare la temperatura e un attimo dopo lasciarti sospeso. Sometimes It Snows in April lo spiega molto meglio di mille classifiche: lì non c’è nessuna necessità di vincere. C’è soltanto un artista che sa esattamente quanto dire, quanto trattenere, quanto lasciare nell’aria.

Questa idea mi ha aiutato anche a capire la techno, Detroit, la musica elettronica che amo e che ho cercato poi di portare dentro Dancity. Prince lì c’è, anche quando non viene nominato subito. C’è nel rapporto fra macchina e corpo, nel modo in cui il groove può restare sensuale e futuribile insieme, nell’idea dell’autore totale, nella sovranità artistica, nella possibilità di tenere insieme erotismo, disciplina, indipendenza, visione nera e apertura radicale ai linguaggi. La sua presenza dentro la storia della dance music e dentro l’immaginario di Detroit passa anche dalla figura di The Electrifying Mojo, il dj radiofonico che contribuì a introdurre Prince nel mercato di Detroit e che viene riconosciuto come una delle influenze chiave sullo sviluppo della techno in città. E dentro una figura come Moodymann quella linea torna a farsi evidente: soul, groove, indipendenza, erotismo, coscienza nera, rifiuto delle gabbie. Per me, anche qui, il discorso non è teorico. Moodymann l’ho invitato. Amp Fiddler l’ho invitato. Prince, a quel punto, smette di essere soltanto una figura storica. Diventa una matrice che continua a irradiare connessioni concrete.

Poi ci sono i concerti, che hanno fatto il resto. Roma. Milano. Umbria Jazz. Non semplici date italiane, ma stazioni di un rapporto.

Il ricordo che tengo più stretto è Roma. Fine concerto. Neon del palazzetto accesi. Io e la mia ragazza ancora lì a parlare con amici, mentre il grosso del pubblico se ne stava andando e l’esperienza sembrava entrare nella sua fase di decantazione. Saremo stati in duecento, trecento persone. Forse meno. Ed è lì che Prince torna di corsa sul palco con la band e attacca Peach. Torrida. Sporca il giusto. Funk e rock’n’roll avvinghiati senza sforzo. Un regalo per chi era rimasto sotto la luce piena, quando il rito sembrava già finito. Il resto, cioè quella sensazione quasi erotica di assistere a un ritorno fuori copione a palazzetto acceso, appartiene alla memoria di chi c’era.

Ed è questo, forse, il punto più importante. Molti possono analizzare Prince come personaggio, come icona, come genio. Tutto vero. Ma io lo sento soprattutto come una guida personale al mondo. Una guida musicale, certo. Ma anche una guida all’emancipazione. Mi ha insegnato ad approfondire, a cercare le fonti, a non fermarmi alla superficie, a capire che un artista vero non si consuma: si segue, si studia, si attraversa. Mi ha insegnato che si può essere sensuali senza diventare caricaturali, radicali senza diventare setta, popolari senza diventare prevedibili.

E poi, dopo la sua morte, è cominciata un’altra fase. Quasi una missione. Farlo scoprire alle nuove generazioni. Rimetterlo in circolo fuori dalle formule pigre, fuori dai riassunti da social, fuori dalla caricatura del genio irraggiungibile o del chitarrista da classifica. Ogni volta che vedo qualcuno, magari più giovane, entrare davvero nelle sue pieghe, scoprire che dietro l’immagine c’era un universo, sento che Prince è ancora vivo. Non in senso retorico. In senso concreto. Vive nello stupore che ritorna. Vive nelle connessioni che continuano ad aprirsi. Vive nel momento in cui una persona, anche grazie a me, smette di “conoscerlo” e comincia finalmente ad ascoltarlo.

Forse è questa la memoria che conta davvero. Non quella che conserva.
Quella che riattiva.

Playlist

Prince mi ha insegnato il mondo

  1. The Future
    La porta d’ingresso. Il momento in cui capisci che Prince può essere urbano, oscuro, sensuale e quasi technoide senza smettere di essere Prince. Apre Batman.
  2. Electric Chair
    Il brano in cui il buio smette di essere scenografia e diventa pensiero. Quello che a quattordici anni inizia a prendere forma nella mente.
  3. Purple Music
    Una scheggia preziosa del Prince più fisico, più ipnotico, più da groove come stato mentale. Non da enciclopedia: da culto.
  4. Controversy
    Identità, ambiguità, corpo politico, macchina ritmica. Una chiave d’accesso perfetta al suo centro nervoso.
  5. Dirty Mind
    Secco, nervoso, quasi crudele nella sua economia. Una scuola di essenzialità.
  6. Automatic
    Ripetizione come trance. Sessualità come meccanica del desiderio. Ancora modernissimo.
  7. D.M.S.R.
    Corpo, disciplina, libertà, sudore. Una filosofia in forma di funk.
  8. Erotic City
    Una delle tracce che spiegano meglio il ponte fra Prince e tanta dance music venuta dopo.
  9. The Ballad of Dorothy Parker
    Intimità liquida, scrittura obliqua, spazio mentale. Un brano che si muove come un ricordo caldo e storto.
  10. Housequake
    Funk elastico, vivo, sgangherato nel modo giusto. Dentro c’è già una visione del corpo come zona di scossa.
  11. Sign o’ the Times
    Minimalismo, cronaca, visione. La prova che l’essenzialità può portare un mondo intero.
  12. The Question of U
    Mistica, sensualità, teatro. Una delle sue altezze più strane e più necessarie.
  13. We Can Funk
    George Clinton in faccia, senza filtri. E per me, in controluce, anche Amp Fiddler come primo grado di separazione: Graffiti Bridge, P-Funk, Serendipity, Detroit, tutto che si tocca.
  14. Joy in Repetition
    Notte, palco, ossessione, racconto. Una lezione su come si costruisce tensione.
  15. Peach
    Per me è Roma, luci accese, pochi rimasti, il concerto che sembrava finito e invece si riapre con una vampata torrida. A volte una canzone coincide per sempre con una scena.
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