“Perché ultima edizione?”

Un tempio classico in rovina viene sorretto a fatica da figure ispirate alla statuaria greca:metafora del lavoro invisibile necessario a tenere in piedi la cultura.
Cosa significa davvero organizzare cultura oggi, e perché tra un contributo approvato e una vita sostenibile c’è spesso un abisso
In questi giorni, dopo il lancio del festival, più di una persona ci ha fatto la stessa domanda:« Perché ultima edizione?» È una domanda che colpisce, soprattutto dopo l’annuncio di un ventennale. Da fuori, vent’anni di attività possono sembrare la prova di una struttura ormai solida: un festival riconoscibile, contributi pubblici, relazioni costruite nel tempo, pubblico fedele, partner, esperienza. La verità è meno semplice: non c’è una garanzia economica che può perdurare a lungo, né tantomeno la possibilità di dedicare le energie ai nuovi progetti e agli artisti. Nel lavoro culturale il problema non è solo trovare risorse, la questione implica riuscire a sopravvivere con le risorse concesse, anticipate, rendicontate, bloccate, sbloccate, ritardate. Da fuori si vedono le cifre: contributi dal Ministero della Cultura, dalla Regione, da fondazioni di altri enti; biglietti venduti; sponsor e collaborazioni. E allora la domanda sembra legittima: dove nasce il problema? Il problema è che, in effetti, quasi mai quei numeri corrispondono al denaro realmente disponibile quando serve. Un contributo assegnato non è un rubinetto che si apre nel momento del bisogno. È più una promessa che arriva mesi dopo, mentre nel frattempo bisogna già pagare artisti, service, viaggi, ospitalità, consulenze, promozione, assicurazioni, fornitori, contributi, imposte. Apparentemente il progetto già esiste. Al contrario, bisogna continuamente tenerlo in vita prima ancora che i soldi arrivino davvero. Si determina così uno scarto tra ciò che è approvato sulla carta e ciò che è spendibile nella vita reale: uno dei punti più cruciali e logoranti del lavoro culturale. C’è poi un altro equivoco, spesso si guarda all’incasso di un biglietto come se fosse tutto margine: non lo è. Dentro quel prezzo ci sono IVA, commissioni e altri costi che il pubblico non vede, e non è tenuto a vedere. Più in generale, tra il numero che appare e il denaro che resta davvero disponibile c’è un passaggio fatto di trattenute, adempimenti e anticipazioni. I soldi che sembrano entrare non coincidono quasi mai con quelli che puoi usare liberamente per respirare. Ma il nodo più duro è un altro. Una volta vinto un bando, non inizia un tratto in discesa. Inizia spesso un percorso fatto di relazioni bancarie, assicurazioni, esposizioni, interessi passivi, tenuta amministrativa, equilibrio di cassa. Più i contributi crescono, più aumenta il bisogno di struttura economica per reggerli. È uno dei paradossi meno raccontati del settore: a volte vincere di più significa trovarsi addosso un carico ancora più pesante, se non si hanno spalle economiche abbastanza larghe. Si evince, di conseguenza, che un sistema che sostiene la cultura solo a condizione che qualcuno sia in grado di sostenerne i costi non seleziona i progetti migliori, ma chi ha forza economica di sopravvivere ai tempi morti del sistema. Non bastano soltanto idee, competenze, visione, capacità organizzativa ma servono anche liquidità, accesso al credito, capacità di assorbire ritardi senza crollare. E questo sposta inevitabilmente la selezione dal piano culturale a quello patrimoniale. Il tutto diventa ancora più evidente quando la macchina entra in uno di quei loop che, da fuori, sembrano dettagli amministrativi e, da dentro, scaturiscono ansia. Se una pubblica amministrazione ritarda di uno o due mesi un’erogazione, la liquidità si restringe e slittano anche i pagamenti che finanziano i progetti. Se non si riesce a rispettare le scadenze di alcuni adempimenti o a garantire la continuità del lavoro del consulente che segue la struttura, tutto il resto inevitabilmente rallenta. Eventuali mancati pagamenti di versamenti contributivi o ritardi, possono compromettere la regolarità del DURC (Documento Unico di Regolarità Contributiva) e ciò può inoltre, impedirne l’erogazione. In quei momenti il contributo smette di funzionare come sostegno e diventa parte delle problematiche che dovrebbe risolvere. A questo si aggiunge un’asimmetria: le tempistiche e scadenze non negoziabili dei bandi. La stessa rigorosità che viene richiesta al momento di sottoscrizione e presentazione dei documenti, non viene ricambiata con altrettanta chiarezza e organizzazione. Ad esempio, molto spesso i tempi di erogazione sono poco chiari. Le conseguenze non sono solo economiche ma anche e soprattutto umane: relazioni di lavoro, qualità della progettazione, benessere psicofisico dei lavoratori. In teoria, la parte più preziosa del lavoro dovrebbe unidirezionarsi su un progetto culturale e creativo: immaginare, programmare, scegliere, creare contesti, far crescere una comunità. In pratica, una quantità enorme di tempo è sprecata in questioni burocratiche: telefonate, solleciti, documenti, emergenze, fornitori da rassicurare, compensi da onorare, adempimenti, ecc. Questa è forse la ferita più profonda del sistema: non sottrae soltanto denaro alla cultura, ma anche il suo tempo umano migliore. Sposta le energie dalla progettazione alla sopravvivenza. Trasforma persone che dovrebbero occuparsi di visione, relazione, contenuti e qualità in gestori permanenti dell’attrito. Nelle realtà associative questo peso viene spesso assorbito dal volontariato. Ma bisogna porre attenzione a non usare parole nobili per nascondere un problema reale. Il volontariato, in molti casi, non interviene soltanto perché crede in un progetto ma anche per coprire i vuoti del sistema. Diventa una forma di supplenza. Una quantità di lavoro non contabilizzato che assorbe ritardi, inceppamenti, passaggi burocratici, tensioni di cassa. Non compare nei prospetti, non appare nelle rendicontazioni, ma senza quella parte il progetto si fermerebbe. Molte organizzazioni culturali, insomma, non stanno in piedi solo grazie ai contributi ricevuti. Stanno in piedi grazie a un impegno non retribuito dettato dalle inefficienze del sistema. Troppo facile, però, usare tutto questo come assoluzione generale dei promoter, anche all’interno di un sistema storto, le responsabilità restano. Esistono organizzatori che riversano le proprie responsabilità sui collaboratori, sui tecnici, sulla comunicazione, sui tempi di pagamento, sulle aspettative sproporzionate. Retoriche tossiche che conosciamo bene: la passione usata come sconto, la militanza trasformata in ricatto morale, la parola “famiglia” adoperata per evitare di parlare seriamente di lavoro. Rimane un’altra possibilità: provare, pur dentro vincoli reali, a distribuire il peso in modo meno ingiusto e proteggendo chi lavora con te. Pagare appena possibile, non gonfiare i ruoli, non costruire narrazioni eroiche e artificiose sul “sacrificio”. Dire la verità sui margini, sui limiti, sulle condizioni concrete in cui si opera. La differenza tra un promoter estrattivo e un promoter responsabile sta anche qui: non nell’assenza della scarsità, ma nel modo in cui si decide di trattarla. Sorge una domanda più grande, che non riguarda solo Dancity e non riguarda solo la regione Umbria: quale modello di sostegno pubblico stiamo costruendo se chi produce cultura è costretto a passare una parte così grande della propria vita a sopravvivere alle modalità imposte dai finanziamenti? Perché il rischio vero non è soltanto l’affanno economico ma un lento spostamento di senso. Un’associazione nasce per produrre esperienze, linguaggi, incontri, immaginazione. Una volta immersi nelle procedure burocratiche, anche il lavoro culturale cambia natura: da creazione a manutenzione della propria esistenza. Ecco perché una domanda come «Perché ultima edizione?» non si può liquidare con una battuta. Non perché ci sia gusto nel drammatizzare, ma perché dietro quella domanda ce n’è un’altra, più seria: quanto può reggere nel tempo una realtà culturale quando, oltre a immaginare progetti, deve ogni anno trasformarsi in mediatore finanziario, presidio amministrativo, garante burocratico e parafulmine emotivo di tutto ciò che il sistema scarica su di lei? Dancity compie vent’anni. È un traguardo importante. Ma proprio per questo, forse, è il momento giusto per dire una cosa semplice: la fragilità di molte organizzazioni culturali non dipende solo dalla loro bravura o dalla loro incapacità, ma anche dall’ambiente in cui esse si muovono. Spazi che richiedono al tempo stesso di essere creativi, impeccabili, economicamente autosufficienti, amministrativamente resistenti e psicologicamente inesauribili. È una richiesta sproporzionata. Sostenere realmente la cultura dovrebbe voler dire altro, ossia saper accorciare la distanza tra assegnazione ed erogazione, rendere più leggibili i tempi e ridurre i loop, senza dover costringere le associazioni a ricorrere al volontariato come strategia di compensazione. Dovrebbe permettere a chi fa cultura di investire più energie nei progetti e meno nella sopravvivenza. Perché un festival non vive soltanto di line-up, di comunicati o di contributi approvati. Vive del tempo umano che riesce a proteggere. E quando quel tempo viene divorato quasi interamente dalla gestione dell’attrito, la cultura resta in piedi, sì, ma a un costo che nessuna tabella racconta davvero. Our project is independent and non-profit. If you enjoy what we do, you can support us with a small donation. Questo articolo è stato prodotto con il supporto di strumenti di intelligenza artificiale, utilizzati per l’organizzazione dei contenuti e l’ottimizzazione testuale. Le fonti, le idee e i materiali provengono dall’archivio e dall’attività dell’Associazione Dancity.
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Scritto da Giampiero Stramaccia, editato da Eleonora Poli.
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