La sottrazione è sempre un lusso rischioso, ma è una forma di coerenza
Quando i Massive Attack hanno annunciato di ritirare la loro musica da Spotify, la notizia non ha generato il dibattito che si potrebbe aspettare: nessuna polemica accesa, nessuna indignazione virale; più che altro, un silenzio diffuso. Forse perché tale gesto nel mondo contemporaneo non fa rumore: non aggiunge nulla al flusso bensì toglie, rimuove.
E la sottrazione, oggi, non è contemplata.
Non c’è campagna, non c’è singolo, non c’è sponsorizzata. Solo una dichiarazione asciutta: il nostro catalogo non sarà più disponibile su Spotify. La motivazione è etica, limpida. Riguarda la responsabilità di ciò che si alimenta, anche quando non lo si tocca direttamente. Riguarda l’inaccettabilità che il ricavato di un brano — magari nato da un’urgenza intima, da un dolore, da una visione politica — finisca, attraverso investimenti incrociati, a finanziare tecnologie militari, intelligenze artificiali predatorie, aziende private che nessuno controlla.
E nel momento stesso in cui decidono di uscire dalla piattaforma, ci ricordano che il gesto artistico non finisce nella musica, ma continua nelle scelte che la circondano.
C’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo. Non è perfezionismo. Non è purismo. È la tensione verso una coerenza difficile. Una coerenza che richiede sacrificio, perché è molto più facile rimanere, pubblicare, far parte, incassare, accettare. La sottrazione è sempre un lusso rischioso. Eppure, alcuni lo scelgono. Lo hanno sempre scelto.
Prince non ha mai autorizzato la pubblicazione della sua musica su Spotify. Quando lo streaming comincia a imporsi, lui si defila. Lo fa con la stessa radicalità con cui, molti anni prima, aveva lottato per possedere i propri master, per decidere i suoni, le uscite, le pause.
C’è una scena, raccontata da Carlo Boccadoro, che rivela molto più di mille manifesti. Prince ha diciannove anni, è in studio per registrare So Blue, brano del suo primo album. I dirigenti della Warner vogliono aggiungere una linea di basso. Lui li guarda. Poi sbotta:
In questo pezzo il basso non c’entra. Andatevene dal mio studio!
E li butta fuori. Aveva diciannove anni.
Non è una posa. È una forma mentale. La stessa che lo porterà, sei anni più tardi, a rilasciare When Doves Cry, una hit mondiale senza basso. Un’assenza scandalosa, per l’epoca. Nessuna linea di sostegno sotto. Un corpo ritmico troncato, che non rassicura. Eppure, funziona. Non perché è geniale, ma perché è coerente. Perché quel pezzo non ne aveva bisogno. E Prince lo sapeva.
Bisogna essere disposti a rischiare il fallimento, per agire così. A farsi deridere, a passare per arroganti, a perdere contratti. Ma il gesto rimane, e con lui il segno. E i segni, a volte, costruiscono percorsi più duraturi delle strategie.
Piero Umiliani non è mai stato una popstar. Ma anche lui, quando si accorge che il sistema discografico italiano non ha interesse per il suo mondo, decide di non aspettare che cambi. Fondando Liuto Records, si inventa un’isola: uno studio, un’etichetta, un archivio. Lontano da tutto, ma dentro a ciò che conta.
Lì non ci sono manager. Non ci sono algoritmi. Ci sono solo scelte. E suoni che, per molto tempo, nessuno ascolterà. Non è solo sperimentazione. È lucidità. È volontà di continuare a comporre anche quando sembra non esserci un destinatario. All’apparenza. Perché chi agisce così lo sa: quel messaggio, se è autentico, prima o poi arriverà. Magari non subito. Magari altrove. Ma arriverà.
Umiliani lo fa perché vuole potersi fidare di quello che pubblica. E per potersi fidare, sa che deve controllare. Non per potere. Ma per non tradire il processo.
Anche Bach aveva questa urgenza. Ma vissuta nel Settecento. A Lipsia non si limitava a scrivere cantate. Scriveva lettere. Proteste. Documenti. Si lamentava della qualità dei cantori. Dell’accordatura degli strumenti. Dei limiti degli organi. Ma più di tutto, della burocrazia che voleva decidere cosa, come e per chi si dovesse scrivere.
Non era solo orgoglio. Era incompatibilità. Quando non lo lasciarono cambiare incarico, firmò un contratto per conto proprio. Lo arrestarono. Passò giorni in cella. Ma non tornò mai indietro.
Boccadoro dice che la sua indipendenza artistica si innalzava ben oltre i confini dell’epoca. Non era un ribelle. Era un uomo che non sopportava che le scelte musicali dipendessero da chi non aveva orecchio.
Oggi tutto questo sembra distante. Eppure, quel tipo di tensione non è scomparso. È solo più difficile da individuare. In un sistema dove tutto è ottimizzato, bilanciato, pre-pubblicato, il gesto autentico rischia di non avere spazio.
Il rischio più grande? Che ci si abitui a non decidere. Che si aspetti sempre il primo passo altrui. Che ogni espressione venga misurata in visualizzazioni e salvataggi, prima ancora che in intenzione.
Come in un compressore audio mal regolato: la dinamica sparisce, ogni segnale si appiattisce.
Ci si abitua a non sentire più chi prova a uscire dal margine.
In questo panorama, chi si sottrae non è chi si nasconde, ma chi rifiuta la semplificazione. Bach, Umiliani, Prince, Massive Attack: non si somigliano tra loro, ma hanno in comune questo. Non si adattano. Non si lasciano portare. Non chiedono il permesso.
E oggi che tutto preme per essere ovunque, forse l’unico gesto davvero libero è scegliere dove non essere.
Bibliografia
- Carlo Boccadoro, Bach e Prince. Vite parallele, Mondadori, 2023
- Massive Attack remove music from Spotify, The Guardian, settembre 2025
- Archivi Liuto Records, catalogo originale
- Warner Bros. Studio logs, periodo For You
- Documenti storici su J.S. Bach (via Boccadoro)
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