Quando la luce ascolta
Da Fischinger a Giovinetto: cento anni di visioni audio-video
Con la performance FEMINA in collaborazione con Factory Fest – 11 ottobre 2025, Foligno
Introduzione
Nel corso del Novecento, artisti, scienziati e musicisti hanno inseguito un sogno: far vedere il suono e ascoltare l’immagine. Un viaggio che attraversa un secolo di sperimentazioni, dalle prime sinfonie astratte alle performance generative, fino all’esperienza di Giovinetto, protagonista l’11 ottobre a Foligno con FEMINA, in collaborazione con Factory Fest.
Le origini: il suono come forma
Tutto comincia negli anni ’20 e ’30, quando pionieri come Oskar Fischinger e Mary Ellen Bute trasformano la musica in immagine. Nei loro film, linee e cerchi si muovono come note, anticipando la logica dell’animazione sinestetica. Norman McLaren, ai National Film Board canadesi, incide letteralmente il suono sulla pellicola, generando vibrazioni ottiche che diventano musica. È la nascita di una nuova grammatica, in cui la vista e l’udito si scambiano i ruoli: l’immagine non illustra, ma interpreta la musica.
Già Wassily Kandinsky, nei suoi scritti come Lo spirituale nell’arte, aveva intuito una relazione diretta tra suono e colore: una corrispondenza tra vibrazioni acustiche e tensioni visive. Il suo pensiero influenzò profondamente i pionieri dell’astrazione in movimento, da Fischinger a Bute, radicando l’idea che ogni forma possa essere “ascoltata”.
La ricerca di quegli anni ruota intorno al concetto di sinestesia, intesa come slittamento percettivo tra i sensi. Non si tratta di “vedere la musica” o “ascoltare i colori” in senso letterale, ma di tradurre un’esperienza sensoriale in un’altra, cercando un linguaggio comune tra suono e immagine. È un’idea che attraverserà tutto il Novecento, dal cinema astratto alle installazioni immersive contemporanee.
Gli anni ’60: l’elettronica diventa linguaggio
Con l’arrivo del video, l’immagine non è più riprodotta ma generata. Nam June Paik, padre della videoarte, costruisce nel 1969 il Paik-Abe Synthesizer, una macchina capace di distorcere e colorare il segnale televisivo in risposta al suono. Durante le sue prime performance, il pubblico — abituato a un’immagine televisiva stabile e rassicurante — si trovò davanti a onde e vibrazioni cromatiche che si muovevano come correnti magnetiche, flussi di luce che sembravano espandersi e contrarsi al ritmo del suono. Molti spettatori, abbandonata ogni pretesa narrativa, rimasero immobili per minuti, catturati da quella materia elettrica in metamorfosi. Altri parlarono di un’esperienza “ipnotica”, “più vicina alla meditazione che all’intrattenimento”. Per la prima volta, la televisione smetteva di informare e iniziava a rispondere.
Nello stesso periodo, Steina e Woody Vasulka trasformano i segnali elettronici in materia plastica. Nei loro esperimenti con oscilloscopi e magnetoscopi, la frequenza diventa linea, il ritmo diventa luce: figure che si deformano, si sdoppiano e si dissolvono in tempo reale. Molti critici dell’epoca definirono i loro lavori come “paesaggi elettrici”, un’arte fatta di impulsi più che di immagini.
Anche in Italia, la tensione tra spazio e percezione prende forma. Gianni Colombo, con opere come Spazio Elastico (1967), costruisce ambienti in cui il pubblico cammina tra fili luminosi e pareti in movimento: la visione diventa esperienza fisica. Ugo La Pietra, invece, lavora sull’interazione tra individuo e contesto urbano, immaginando spazi “sensibili” capaci di reagire alla presenza umana. Entrare nelle loro installazioni significava perdersi dentro una percezione instabile, dove il corpo non era più spettatore ma parte del dispositivo.
Questi esperimenti aprono la strada a un nuovo modo di intendere la performance A/V: non più racconto, ma immersione sensoriale.
Gli anni ’70–’80: feedback, calcolo e contemplazione
Negli anni ’70 e ’80 il rapporto tra suono e immagine entra in una fase decisiva. I Vasulka, già pionieri del video feedback, costruiscono veri e propri sintetizzatori di immagine: macchine che traducono il suono in impulsi visivi e generano onde e scie di luce in tempo reale. Chi assisteva alle loro performance raccontava di “paesaggi senza materia”, superfici che parevano oscillare nello spazio come se lo sguardo stesse toccando il suono.
Nei laboratori Bell e IBM, intanto, nasce una nuova idea di opera audiovisiva: non più gestuale, ma calcolata. Artisti come John Whitney, Lillian Schwartz e Laurie Spiegel iniziano a usare i computer come strumenti compositivi. Whitney, spesso proiettato nei festival di cinema sperimentale, mostrava spirali e figure che ruotavano su proporzioni musicali, suscitando un misto di stupore e perplessità: qualcuno parlò di “matematica che danza”.
Lillian Schwartz, collaborando con i tecnici dei Bell Labs, costruiva film in cui forme calcolate al computer si intrecciavano a suoni sintetici, lasciando gli spettatori incerti se si trovassero davanti a arte o a scienza. Laurie Spiegel, invece, compose sequenze in cui immagine e suono nascevano dallo stesso algoritmo, suggerendo che un giorno la musica e la luce sarebbero state programmate insieme.
Mentre la ricerca tecnologica esplorava il codice, Brian Eno ridefiniva la dimensione percettiva. Con i suoi lavori di ambient music e le prime installazioni luminose — semi di opere come 77 Million Paintings — Eno proponeva esperienze in cui il suono diventava ambiente percettivo, e la luce la sua eco visiva. Molti critici parlarono allora di “paesaggi sonori da abitare”, dove lo spettatore non assisteva più ma sostava. Era un invito alla contemplazione, a un ascolto esteso nel tempo.
Il digitale e l’istante generativo (anni ’90–2000)
Con gli anni ’90, il computer entra in scena. Software modulari come Max/MSP, Jitter o TouchDesigner permettono di creare relazioni dirette tra segnale audio e forma visiva. Per la prima volta, l’opera non è più montata ma generata: ogni variazione sonora può trasformare istantaneamente l’immagine.
È la stagione dell’audiovisual genre, in cui il suono non accompagna il visivo ma lo crea. Artisti come Ryoji Ikeda traducono i dati binari in pulsazioni ottiche (datamatics), costruendo esperienze che oscillano tra percezione sensoriale e riflessione sul linguaggio digitale. Il suo lavoro mette in scena la tensione tra ordine e caos: il dato informatico si fa luce, il bit diventa spazio.
In parallelo, Alva Noto scolpisce il silenzio. Con i suoi set minimali, costruisce architetture di glitch, impulsi e vuoti che disegnano un’estetica del frammento: la forma sonora diventa struttura visiva, in un equilibrio fragile tra controllo e interferenza. Il suo dialogo con Ryuichi Sakamoto, visto anche al Dancity, ha ridefinito l’idea di performance multimediale come spazio condiviso tra emozione e astrazione.
Robert Henke, già co-fondatore di Ableton Live, sposta invece l’attenzione sulla luce come materia. In opere come Lumière, i laser non servono a illustrare la musica ma a costruirla: fasci di fotoni che tracciano linee, intervalli, silenzi. Henke introduce un nuovo gesto: il compositore-programmatore, che scrive con il tempo e con la luce.
Infine, Tarik Barri apre la strada a una dimensione spaziale. Con le sue architetture immersive e la collaborazione con artisti come Monolake o Thom Yorke, crea ambienti navigabili in tempo reale, in cui il pubblico non guarda più da fuori ma “entra” nell’opera. Le sue performance segnano il passaggio dalla rappresentazione alla presenza digitale: un’arte che non si contempla, ma si attraversa.
Accanto a queste traiettorie, figure come Quayola e fuse* hanno spinto la ricerca italiana verso una visualità algoritmica e immersiva: nei loro lavori il dato si trasforma in paesaggio sensibile e la macchina diventa co-autrice. Dalle stratificazioni iconografiche e architettoniche di Quayola alle drammaturgie luminose di fuse*, il codice non è solo strumento ma materia, capace di generare tempo, spazio e relazione.
Dal club alla cultura visiva
In parallelo alla ricerca più astratta, la scena club britannica apre un nuovo fronte. I Coldcut, pionieri dell’intelligenza audiovisiva e fondatori del collettivo Hex, furono tra i primi a trasformare il DJ set in performance A/V vera e propria. Con il loro software VJamm, sviluppato nei primi anni ’90, permisero di suonare i video come fossero campioni audio, anticipando di anni le piattaforme di VJing moderne. Nei loro show, cultura visiva e musica elettronica si fondevano in un flusso sincrono di ritmo, immagini e messaggi, portando la sperimentazione fuori dai laboratori e dentro il club. È un punto di svolta decisivo: il VJ diventa performer, non semplice proiezionista, e la cultura del remix trova per la prima volta una forma audiovisiva live.
Flying Lotus e lo spettacolo immersivo
Mentre la ricerca più concettuale definiva i suoi linguaggi, altri artisti li portavano verso la cultura pop. Tra questi Flying Lotus, che con il suo show in 3D stereoscopico ha rappresentato un momento di svolta. Non tanto per l’effetto visivo, quanto per la capacità di trasporre la logica immersiva delle installazioni A/V dentro una narrazione accessibile, aperta anche al grande pubblico.
La sua presenza al Dancity Festival segna un episodio importante: uno spaccato fuori dagli schemi della ricerca accademica, ma perfettamente coerente con l’evoluzione del linguaggio A/V. Flying Lotus ha dimostrato che la sperimentazione può dialogare con la cultura pop senza perdere complessità tecnica, aprendo un varco tra l’underground e lo spettacolo immersivo.
Le tappe Dancity
Nel corso degli anni, Dancity Festival ha costruito una relazione profonda con le arti audio-video. Dalle architetture minimali di Alva Noto & Ryuichi Sakamoto (2011), alla potenza di Ryoji Ikeda, fino alle esplorazioni laser di Robert Henke e agli spazi navigabili di Tarik Barri, il festival ha sempre cercato forme di dialogo tra suono, immagine e percezione.
Tra gli episodi più poetici, nel 2012 Dancity ha ospitato anche i Quiet Ensemble con l’installazione Natura Morta (Still Life), un lavoro che intrecciava tecnologia, casualità e natura. Suoni e luci venivano generati da elementi vivi e imprevedibili — piante, frutti, acqua, energia — ricordandoci che anche l’errore può farsi composizione e che l’audiovisivo è, prima di tutto, un ecosistema.
Particolarmente significativa l’esibizione di Murcof & Vanessa Wagner nel 2014, dove pianoforte ed elettronica ridisegnavano lo spazio acustico come materia viva. E ancora, la poesia visiva di Ryoichi Kurokawa, capace di fondere rendering digitale e sensibilità contemplativa, ha rappresentato una delle esperienze più immersive mai presentate a Foligno: opere in cui il suono si cristallizza in luce, e la luce diventa tempo.
Ei Wada riportò in vita i televisori a tubo catodico trasformandoli in strumenti musicali. Attraverso il contatto diretto con le mani e il corpo, modulava i campi elettromagnetici generando suoni intonati e percussivi, come se la pelle stessa diventasse un sensore. L’esperienza, a metà tra arte e gioco, catturò l’attenzione di tutti — dagli appassionati di sperimentazione ai curiosi, fino ai più piccoli — dimostrando che il linguaggio audiovisivo può essere al tempo stesso profondo e accessibile, corporeo e collettivo.
Giovinetto: tra scienza e percezione
Fisico di formazione, compositore e artista visivo, Riccardo Giovinetto lavora su un principio semplice e radicale: ogni suono porta in sé una forma. Dopo gli anni nel duo OZMOTIC, con pubblicazioni su Touch accanto a Fennesz e Biosphere, Giovinetto ha intrapreso un cammino solista che unisce rigore matematico e intensità poetica.
Nel suo progetto FEMINA, presentato a Ars Electronica, il corpo e la voce diventano sorgenti di frequenza. La luce non illustra la musica, ma ne è la conseguenza visibile: un ambiente reattivo in cui ogni variazione genera una forma, e ogni respiro modella lo spazio.
Il risultato è una riflessione sull’identità e sulla presenza: un’arte che osserva il suono come materia vivente, in continuo mutamento.
Dancity e Factory Fest: una nuova tappa
Con Giovinetto e la collaborazione con Factory Fest, Dancity rinnova la propria vocazione alla sperimentazione interdisciplinare. Non si tratta solo di ospitare uno spettacolo, ma di partecipare a una storia viva, iniziata quasi un secolo fa. Una storia che continua a chiederci di ascoltare con gli occhi aperti — perché ogni suono, se osservato con attenzione, porta in sé la forma della luce.
🎥 Video e approfondimenti
- Steina & Woody Vasulka – Electronic Art
- Ryoji Ikeda – datamatics
- Alva Noto & Ryuichi Sakamoto – Live @ Dancity 2011
- Robert Henke – Lumière
- Tarik Barri – Monolake live visual
- Ryoichi Kurokawa – unfold
- Flying Lotus 3D Show at Dancity, Spoleto (IT)
Informazioni sull’evento
FEMINA – Performance audiovisiva di Riccardo Giovinetto
Presentata in collaborazione con Factory Fest · 11 ottobre 2025 · Foligno
Maggiori informazioni su Factory Fest
🎟️ Biglietti: Acquista su DIY Ticket
📩 Prenotazioni e informazioni: factoryfest.tickets@gmail.com · WhatsApp +39 389 0231912
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