Jim Morrison e la profezia dell’artista elettronico

Dal 1969 a oggi: come una visione rock ha anticipato cinquant’anni di musica; Dalla visione di Jim Morrison alla scena elettronica moderna: l’evoluzione dell’artista elettronico.

La visione del ’69

Nel 1969, durante un’intervista, Jim Morrison dei Doors lasciò cadere una frase che suona come una profezia:

I can envision maybe one person with a lot of machines, tapes, and electronics set up, singing or speaking and using machines.

In un’epoca dominata dalle band rock, immaginare un artista solista circondato da macchine elettroniche era pura fantascienza. Il pubblico voleva chitarre, batterie, sudore. La dimensione live era fisica e collettiva, e i sistemi audio ancora rudimentali: basti pensare al concerto dei Beatles a Roma nel 1965, dove chi stava lontano dal palco sentiva più il boato della folla che la musica.

The Beatles Live In Rome - 27th June 1965 | Restored Rare Uncut Home Movie

I pionieri silenziosi

Negli anni ’70 alcuni visionari iniziano a muoversi: - Wendy Carlos conquista le classifiche con Switched-On Bach (1968), ma resta confinata allo studio. - Klaus Schulze sperimenta da solo con sequencer e modulari, creando universi sonori di culto. - I Kraftwerk trasformano l’uomo in macchina, ma sempre come collettivo, mai come solista assoluto.

Jean-Michel Jarre e lo spettacolo di massa

Negli anni ’80 arrivano i grandi impianti audio e il MIDI che sincronizza macchine e computer. È il momento di Jean-Michel Jarre: un solo artista con sintetizzatori, laser, proiezioni e fuochi pirotecnici davanti a milioni di persone. È lui a trasformare la profezia in realtà popolare: il one man band elettronico che diventa star globale.

L’estetica radicale di Aphex Twin

Negli anni ’90 la profezia assume un volto diverso: Aphex Twin sale sul palco con un computer fisso, nessun gesto spettacolare, nessuna band. Il centro non è più l’immagine, ma un flusso sonoro spiazzante: frequenze nuove, ritmi impossibili da riprodurre con strumenti tradizionali.

Aphex Twin - Live @ Osmoze, Paris 1993

Il DJ e il laptop live

Parallelamente, il DJ diventa il nuovo performer elettronico. Prima selezionatore, poi manipolatore, infine creatore live. Il laptop sul palco smette di essere un enigma: il pubblico impara a vivere il flusso sonoro senza preoccuparsi del “come”. Conta ciò che arriva: energia, emozione, immersione.

Oggi: la macchina scenica

Oggi, nei grandi festival, assistiamo a un nuovo passaggio. Gli show elettronici sono spesso pre-programmati, calibrati al millisecondo per unire musica, visual e scenografia. L’artista diventa immagine: può permettersi gag, lanciare torte, intrattenere in modi extra-musicali. La musica scorre perfetta, senza errori, senza imprevisti. Ma così si perde qualcosa: l’unicità, l’improvvisazione, la lettura istantanea del pubblico.

Quella frase del 1969 non era solo un’intuizione musicale, era una visione culturale. In cinquant’anni abbiamo visto nascere l’artista elettronico solista, crescere fino a riempire stadi, radicalizzarsi nell’estetica del laptop, diventare DJ globale, e infine dissolversi in spettacoli dove la perfezione conta più del rischio. La domanda resta aperta: chi incarna oggi davvero la profezia di Jim Morrison?

Giamp

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